A Rainy Day in New York – Woody Allen

Durante i miei lunghi viaggi sul 19 verso Termini mi perdo nella confusione tra mille dialetti e mille lingue diverse.
Sto lì seduto ad ascoltare la mia musica con zaino tra le gambe e ombrello vicino ai piedi.
Da lontano guardo tutte le persone ammassate che hanno fretta.
Parlano lingue diverse, ma con occhiatacce e spintoni arrivano dritti al punto, diventano universali.

L’album 23 6451 (“Le basi”) di Tha Supreme
L’album gospel di Kanye West


L’album di Tha Supreme e Jesus is King di Kanye West fanno da sottofondo alla faida mattutina.






Mi perdo tra il rap, l’elettronica, il rock, il blues.
Il contenuto ormai non mi importa.
Aspetto occhiatacce, spintoni e sorrisi.
Ascolto la musica per accompagnamento verso un’altra fermata, verso Termini, verso il caos, verso la morte.
Cerco di spiare e di farmi colpire.

Mi interessa la musica, l’insulto scandito secco con accento romanaccio, ma che ti tocca, che ti colpisce perché qualcosa facile da comprendere, qualcosa di universale.

Mi interessa il flusso, abbandonarmi ai dubbi irrisolti perché sono il dubbio e la curiosità umana a muovere i fili di questi burattini umani sul 19.

Ho passato mesi a cercare di comprendere, a cercare delle risposte.
Poi un giorno la pioggia ha lavato via ogni dubbio e ho capito che le risposte non stanno sempre nelle parole.
Allen mi ha colpito, mi ha insultato e mi ha fatto comprendere.

È il più grande scrittore di Hollywood, è bravo a parlare, ma le parole e gli scritti non sarebbero la stessa cosa senza quella visione, quella sinfonia della vita che solo Allen riesce a mettere in scena.

Un caos poetico e classico da screwball comedy, dove si distrugge tutto per poi ripartire di nuovo da zero.
Un tram pieno di gente, parole, suoni e odori non ben definiti che ti accompagna in un viaggio che alla fine ti riporterà a casa.

A Rainy Day in New York è la storia di Gatsby (sì, il grande) e Ashleigh.
Due fidanzatini che si amano smisuratamente (interpretati da Timothée Chalamet e Elle Fanning) provenienti da due famiglie benestanti e che decidono di passare un week end a New York per vivere per qualche giorno la poetica, ma vorace, città natale del fitzgeraldiano alter ego di Allen.
New York diventa quindi un poetico caos, una variazione jazz dove i personaggi si perdono tra vicoli e viuzze.
C’è chi si scontra con il passato e c’è chi viene risucchiato nel tornado di Oz tra personaggi tristi che devono ritrovare il loro cuore.

“A scuola ho sempre letto i libri che volevo io, non quelli che mi davano da leggere. Che vuoi che mi importasse di chi vincesse fra Beowulf e Grendel?”

Gatsby – Timothée Chalamet

In un cinema che va sempre più verso il pastiche, il non detto e l’ipertesto Allen utilizza ancora una volta un linguaggio universale.
Decide di fare un cinema di stampo classico che arriva dritto al cuore (quello perso dal leone nel mago di Oz) aiutato dalla leggera e poetica luce di Storaro che decide, stavolta, di non invadere gli spazi come nella casa sul Luna Park di Wonder Wheel, ma di posarsi leggermente sui volti e creargli una patina.

A Rainy Day in New York non “invade”, ma è una storia che si adagia piano piano sui protagonisti.
Li nasconde come i grossi ombrelli o il vetro bagnato dell’auto di Selena Gomez capace di creare quell’effetto di vedo-non vedo nel momento del finto bacio cinematografico.
Tra le viuzze meravigliose di New York, nel caos, si muovono leggeri questi protagonisti che il regista ottantenne (dallo sguardo ancora di un ragazzino innamorato) utilizza per parlare di compromessi, dell’imprevedibilità delle passioni e di tutti quei percorsi dolorosi che ci portano inevitabilmente a crescere.

Ho dialogato con il cinema di Woody e ho ritrovato quell’amico di sempre che parla con estrema chiarezza e che ti lascia pezzi di vita con cui entrare in connessione.
Woody Allen è da sempre stato casa e rifugio.
Una ruota delle meraviglie che ti porta su e che ti terrorizza, ma che poi si ferma all’improvviso nel momento di felicità massima.
Fredda, silenziosa e con le luci spente poi rimane lì, immobile, ad aspettare che tu le chieda un altro giro.

Il cinema di Allen è la dose che cerca l’eroinomane.
È quella vita piena di fini di giri di giostra (o di tram) di cui ci lamentiamo sempre, ma che in fin dei conti amiamo.
Perché ci piacciono le stronze che ci mettono a dura prova.

C’è un flusso vitale che lega i suoi film dove ormai non c’è nient’altro da parlare che delle più piccole cose, quei piccoli pezzi di caos che diventano vita.
Perdersi e ritrovarsi e poi ancora perdersi sotto la pioggia in una città che ormai non è più la nostra alla ricerca di quell’amore semplice e puro che per anni abbiamo cercato forse nei posti sbagliati, facendo finta che tutto ci andasse bene quando in realtà andava bene solo agli altri.

Ho capito che mi interessa la musica che sta dentro, la sinfonia di tutto ciò che si crea, piuttosto di ciò che si dice.
La semplicità è bella ed è bello anche dimenticarsi l’ombrello sul 19 verso Termini, lasciare che la pioggia ti bagni e tutto ad un tratto ritrovarsi a casa.

Carmelo Leonardi

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