Out of the blue – Dennis Hopper

Sostenuto da una oculata architettura espositiva, Out of the blue, presentato nella sezione “Venezia classici”, si avvia sui toni di un’anarchica commedia drammatica per poi convertirsi in un sogno angoscioso senza via d’uscita.

La protagonista del film, la giovane Cebe (Linda Manz), vive una terribile situazione familiare. Suo padre Don (Dennis Hopper) è un alcolizzato e sua madre Khatie (Sharon Farrel) una tossicomane.

È l’inalveamento della chimera generazionale verso la disintegrazione, che trascina con sé il grande sogno americano (proprio come accadeva nell’importantissimo Easy Rider) e annulla la mitologia del cowboy (nel cinema classico definito come eroe).

Lo sfacelo della dimensione familiare e l’estremo gesto conseguente alla lunga e silenziosa sofferenza di una giovane figlia sono il manifesto del sovversivismo di Hopper, insofferente ed avverso alle grandi produzioni americane, al congegno macina soldi ed artisticamente limitante dell’industria hollywoodiana.

I movimenti di macchina eseguiti negli interni della casa e la geometrizzazione degli spazi dividono mano a mano il nucleo familiare, si crea sempre più distanza e ci si avvicina ad un controcampo che tramuta Hopper da cowboy a mostro che si auto-divora.

Il regista ci racconta il tracollo di un paese e dei suoi capisaldi, eliminando qualsiasi possibilità di riqualificazione etica. Così sulle note di “Hey Hey, My My” di Neil Young, si celebra il funesto collasso di una nazione tanto grande quanto oscura.

A tal proposito Out of The Blue si configura quindi come manifesto cinematografico della decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori, discesa di un adolescente verso la più totale distruzione, racconto sovversivo e doloroso sui rimasugli dei valori americani.

L’emancipazione comunicativa di Hopper si manifesta soprattutto attraverso il profilmico, nel suo modo di riprendere ciò che è in scena. La macchina da presa pedina incessantemente Cebe e la pone al centro del racconto, sia attraverso intensi piani sequenza sia attraverso primi piani che ne sottolineano la difficoltà psicologica. In tal senso Hopper sembra quasi voler creare uno specchio audiovisivo della struggente ballad di Neil Young “My My, Hey Hey (Out of the blue)” da cui riprende il titolo.

I moti rettilinei di Easy Rider (dalla California al New Horleans) lasciano quindi spazio a quelli circolari, che privano la protagonista di una vera e propria meta, laddove l’unica manifestazione di consapevolezza sarà, sul finale, proprio quella di Cebe, che attraverso un gesto estremo ucciderà entrambi i suoi genitori e se stessa, portando simbolicamente a compimento uno dei versi cardine della canzone (“It’s better to burn out than to fade away, verso inserito, tra l’altro, dal leader dei Nirvana, Kurt Cobain, nella sua lettera di addio).

Out of the Blue risulta quindi essere, con molta probabilità, l’opera più significativa del percorso di Hopper che, proprio come il suo principale modello di riferimento, quello di Nicholas Ray, delinea un cinema fuori dagli schemi, istintivo ma allo stesso tempo concreto. Uno degli ultimi baluardi dell’era new hollywoodiana.

(Gabriele Plutino)