Richard Jewell – Il peccato della visione

È il 27 luglio 1996 e al Centennial Park di Atlanta un boato apre ferite, toglie veli illusori e fa partire la caccia all’uomo.

Tre giorni, questo il tempo che basta per far passare Richard Jewell dalla parte degli eroi a quella dei terroristi.

Ma esattamente qual è il confine che segna il passaggio da una figura all’altra?

Siamo tutti colpevoli nel momento in cui vediamo e decidiamo di agire, perché scombussoliamo l’ordine delle cose, attentiamo alla calma per creare caos.
Ma questo è ciò che segna la differenza tra eroe e massa.

Nel momento in cui si agisce diventiamo eroe per qualcuno e attentatore per qualcun’altro.
Sia l’attentatore che l’eroe saranno già colpevoli nel momento in cui, alzandosi di scatto dalla poltroncina in una sala di dormienti, vedranno prima degli altri.

Siamo la generazione del:

«Da un grande potere derivano grandi responsabilità.»

Ben Parker

Il potere più importante di sempre nella storia dei fumetti è quel “senso di ragno” che si traduce nella capacità di prevedere (appunto vedere prima) le mosse del nemico.
Sapere il momento in cui agire e scaraventare la bomba o toglierla di torno volando lontano da Gotham con il proprio elicottero.

Anche i più grandi supereroi sono stati attentatori per qualcuno, appunto perché stravolgono l’ordine dei piani del nemico.
Gli Avengers di Tony Stark e Steve Rogers diventano terroristi per i cittadini di Sokovia.
Peter Parker è eroe nel momento in cui sconfigge il Goblin, ma attentatore verso la famiglia Osborn.
Andando sempre di più in profondità anche Iron Man è eroe nel momento dello schiocco, ma Tony è eroe nel momento in cui scompare per la sua famiglia?
L’ordine delle cose è rotto, un terrorista si è fatto saltare in aria e ha distrutto le basi su cui poggiava la crescita di Morgan Stark.
Il suo ordine delle cose è stato stravolto.
Siamo tutti colpevoli prima o poi…

Eastwood, che è stato supereroe quando ancora le calzamaglie non andavano di moda e invece delle ragnatele si sparavano proiettili da un revolver, ha sempre ragionato sul peccato della visione.
Fin dagli inizi della sua carriera, quando al fianco di uno dei più rivoluzionari registi del genere western e della settima arte tutta come Sergio Leone, diventava il più iconico dei cowboy di sempre insieme al John Wayne di John Ford.

Eroi senza calzamaglia, ma con una mira infallibile.

Anche il giovane Clint era una figura a metà tra l’attentatore e l’eroe.
Antieroe interessato al benessere personale che sparava più veloce degli altri e finiva per salvare Marisol e un intera città dalla follia del Ramòn di Gian Maria Volontè.


Con gli anni il cowboy si è fatto più vecchio e si è pian piano addolcito. Procede lentamente, pensa, ragiona, ma continua a saper sparare come sempre (come ne Gli Spietati).
Eastwood è riuscito ad uscire ancor di più fuori dagli schemi, svincolandosi dal genere e diventando imprendibile proprio come il Tata di The Mule che nemmeno la società super sorvegliata dell’oggi riesce ad intercettare.


Clint non è tipo da GPS, anzi lui volutamente decide di sbagliare strada e perdersi per poi, tra un panino e l’altro, osservare un mondo che non ha mai smesso di evolversi.
Un mondo che è partito dal treno atteso dai tre esecutori di Charles Bronson in C’era una volta il West e che adesso sta precipitando in mare con l’aereo del capitano Sully.

Clint ha allargato sempre di più le sbarre ed è fuggito dalla sua Alcatraz.
Si è camuffato da cecchino, pilota di aerei e guardia di sicurezza, ma negli occhi di tutti questi personaggi ha sempre lasciato lo stesso sguardo freddo, deciso e pronto ad agire.
Un occhio che piano piano vede sempre meno (per la vecchiaia?), ma che guidato da una mano divina riesce a mettere a segno il colpo decisivo, come il cecchino americano, o a individuare l’attentatore da placcare sul treno come il marines impegnato a trovare se stesso in Europa.


Richard Jewell è l’ennesimo martire eastwoodiano della società dello spettacolo americano, quella che invade il privato e ne crea un’immagine mentre sotto sotto inizia a scavarne la tomba.
L’icona viene creata e per qualche tempo tenuta in vita (nel caso di Jewell pochi giorni) per distrarre l’americano medio, mentre distante qualche metro un altro colpo esplode.


Richard è un uomo comune con la passione per l’uniforme e con un forte senso del dovere.
Un uomo cicciottello, un po’ tonto e con problemi al cuore alla disperata ricerca di un posto nel mondo.
Alla ricerca di una famiglia, oltre la madre, in cui riporre fiducia.
Quel mondo e quella famiglia la trova nel distintivo, ma prima o poi i mondi iniziano a traballare e alcune famiglie tradiscono.
Che si chiamino Corleone o Kowalski si rischia di prendersi una pallottola a stare troppo sul margine della strada.

E Richard è diventato il bersaglio, è rimasto in disparte a sorvegliare, ma ha alzato troppo la voce e si è fatto scoprire.
La ricerca di fama, quella voglia di farsi ascoltare, per ironia della sorta, sarà la sua condanna.

Eastwood torna a colpire forte contro le istituzioni concludendo di fatto una trilogia iniziata con American Sniper e Sully, e conclusa con quest’ultimo film (tenendo conto anche della deviazione “sperimentale” di The 15:17 to Paris).
Approfondisce la discussione intorno alla falsità dell’immagine.
Quell’immagine che dietro nasconde tutt’altro e che dimostra che non c’è sicurezza nelle cose (Cos’è Jewell? Eroe o terrorista?).
Alza al cielo nuovamente la foto di una falsa bandiera americana e mette in mostra la spettacolarizzazione con fuochi d’artificio in uno stadio che accoglie i propri reduci.
Fotografa con il selfie e fa distogliere lo sguardo con concerti, olimpiadi e macarena di gruppo, mentre le bombe sono già state piazzate.
Le fiamme diventano sempre più vive e bruciano sogni a stelle e strisce.
La bomba ha risvegliato l’America di dormienti.
Eastwood ha disposto le sue pedine ed inizia lo scontro.

“Dale a tu cuerpo alegria Macarena”

Regista che ha sempre avuto la grande capacità di parlare dei miti fondativi della cultura americana e di indagarla sempre tramite il concreto.
Non ha mai avuto bisogno di inventarsi universi o di mettersi la calzamaglia, si è sempre appoggiato alla storia statunitense, alla cronaca, per poi dissezionare con la precisione di un chirurgo e scavare, scavare in profondità.

C’è sempre un colpevole, c’è sempre un attentatore nella storia che riesce a levarsi la benda per comprendere che il sogno americano è finito o che forse non è mai esistito.
Colpevoli consapevoli di rimanere tali per tutta la vita, marchiati da un pennarello indelebile come quello che segna a vita i Tupperware di Bobi Jewell.


Nella “storia Eastwood”, che poi vuol dire storia americana, c’è chi pecca di troppa umanità come Sully, chi vede più lungo degli altri come Chris Kyle e chi è costretto a stare nel margine nonostante la dedizione e il senso d’appartenenza alla causa come Jewell.
Eroi invisibili che decidono di non partecipare ai balli di gruppo o di guardare la bandiera issata sul nulla, ma che “vedono” dalla distanza e piazzano il colpo al momento giusto.


Eroi comuni di cui si cantano le ballate e cantastorie comuni di 89 anni che diventano biografi (come Beauchamp) e da lontano analizzano per mettere per iscritto un altro capitolo della storia americana.

Aspettiamo tutti una pallottola con il nostro nome inciso sopra.
Siamo tutti colpevoli di esserci allacciati le scarpe un giorno e aver deciso di correre contro il tempo.
Eroi-attentatori che hanno infranto la barriera del suono, che hanno spaccato la vetrinetta dell’immobilità per entrare per sempre nella storia attraverso uno schermo bianco.

(Carmelo Leonardi)

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