The Irishman, di Martin Scorsese

L’EVOLUZIONE TEORICA NELL’ULTIMO CINEMA DI MARTIN SCORSESE

Nell’ultima fatica del cineasta italoamericano si avvertono delle scissioni, delle contraddizioni riferite all’universo del suo stesso autore, delle fratture formali o tematiche permeate da grande malinconia. È un viaggio lungo 203 minuti, un’odissea produttiva, un cammino tra i meandri del cinema statunitense malavitoso, ripercorso da uno degli stessi padri fondatori. Ma è anche un tragitto immerso in una condizione metafisica, spirituale, umanamente e cinematograficamente sensibile a dei condizionamenti di matrice bergmaniana.     

È soprattutto un’opera mondo, l’evoluzione (o inclinazione) massima del suo genere di appartenenza, prosciugato dai suoi intenti idealistici (se non in alcuni e rari casi che andremo ad affrontare), per incanalarsi in un rigore asciutto e glaciale. Non è un caso che The Irishman si pone come il film successivo a Silence, come a voler indicare uno smarcamento netto dai fasti dell’eccitante lupo di Wall Street, dalla sperimentazione tecnica di The Departed,  e dall’omaggio nostalgico di Hugo Cabret. Forse siamo più dalle parti di Gangs Of New York, un ritratto appesantito da un destino fatalista e sempre più funesto.

LA NEW HOLLYWOOD E NETFLIX

Come già accaduto con il film interpretato da Andrew Garfield, l’ultimo e definitivo gangster movie di Scorsese, porta con se una cicatrice produttiva non indifferente. Dopo anni di proposte e rifiuti da parte di una considerevole serie di case di produzioni hollywoodiane, l’opera viene interamente finanziata da Netflix, nuovo astro nascente della produzione dell’industria audiovisiva contemporanea.

Evitando sterili polemiche sulle modalità di distribuzione nelle sale italiane, risulta importante percepire le influenze dell’ecosistema netflixiano all’interno dell’opera stessa.  La ricostruzione digitale dei volti di Robert De Niro e Joe Pesci è un’operazione indicativa dei nuovi orizzonti filmici. Il ringiovanimento di alcune icone storiche è senza dubbio coerente con la volontà di renderle immortali allo scorrere del tempo, ossia uno dei punti nevralgici della cinematografia di tutti i tempi.

E chi, se non Netflix, debba continuare una tradizione di questa portata? Nonostante non stiamo parlando di un caso isolato, è un fatto constatato che questa seconda giovinezza renda il tutto “pop” e contemporaneo al tempo in cui viviamo. E se in un’epoca di perdita della definizione, non solo caratteriale ma anche e soprattutto fisica, pure un autore della “vecchia guardia” metta l’accento su un genere, con le dovute eccezioni, ancorato a dei connotati ancora classici (il gangster), è sintomatico della presenza di un corso e ricorso storico. Un’impostazione oggi classica (premettendo che durante gli anni della New Hollywood non lo era di certo) che si scontra con le nuove derive.

LA FINE DI UN’EPOCA

Perché The Irishman è un film di matrice classica. Una tragedia greca caratterizzata da azioni basilari. Abbiamo l’amicizia virile, il tradimento e la congiura, l’ascesa di un impero e la conseguente caduta. Un grande universo legato a doppio filo da una “Banalità del male”.

Il cineasta di Taxi Driver definisce una volta per tutte le coordinante di un genere che ha attraversato innumerevoli epoche. Siamo partiti da un contesto familiare contrassegnato  da ideali rispettabili e antichi, per poi trasformarsi e diventare capillare verso tutta l’economica malavitosa (Il Padrino); siamo approdati in un punto in cui era importante attraversare e fare il resoconto di un intero arco di vita (C’era Una Volta in America); si è arrivati a tracciare un nuovo approccio meno lirico e romantico, ma relegato alle regole della strada (Quei Bravi Ragazzi, Casinò). Fino a raggiungere uno status di “trascendenza” nell’opera di David Chase (I Soprano).

The Irishman è la sintesi più autentica di tutto questo materiale. Un ultimo itinerario di scoperta e riscoperta. La narrazione è un anticlimax che non vuole esplodere mai, con i primi 90/100 minuti a ricordare certe modalità di racconto vicine ai gangster movie precedenti del regista (con una voce fuori campo invecchiata e priva di traccia musicale, quindi astratta e minimale negli intenti), ma nettamente all’opposto rispetto all’ultimissima fase conclusiva. È come se Scorsese possa far trovare liberazioni ai suoi personaggi, a tutti gli effetti delle anime in pena, solo tramite un intervento divino. Una prova ulteriore di come il contesto religioso risulti essere una vera e propria costante nel cinema di questo autore.

Il male di queste semplici azioni non è più influenzato esclusivamente dalle problematiche di un solo territorio urbano. È infatti la storia degli Stati Uniti a essere un protagonista aggiunto.

I bravi ragazzi si dipanano in mezzo a complottismi politici e malfunzionamenti di uno stato in cancrena. Il tutto attraversato dal fantasma politico della famiglia Kennedy.

Non siamo più a contatto con i roboanti e sanguinosi scontri di Quei Bravi Ragazzi, qui si respira aria di morte e stasi anche nei pochi momenti concitati. L’azione pura è sostituita da sguardi e primissimi piani, da attimi che non torneranno più. Anche la regia, statica e mai movimentata, trova dei rari barocchismi solo in certe movenze dei dolly. Infatti, non è raro vedere la cinepresa partire da lontano e raggiungere quello che sta accadendo in scena. Si ha l’impressione di vedere un cineasta che non vuole realmente abbandonare questo universo, ecco il motivo per cui questi movimenti lontani dal centro dell’azione, ritornano ad avvicinarsi inesorabilmente. Laddove possano sembrare dettagli ininfluenti, sono funzionali all’idea decadente, ma allo stesso tempo romantica, che permane nel film.

Il finale, con il suo spioncino ancora aperto, rimane probabilmente un canto del cigno. Ma Scorsese, con il suo enorme calore umano, lascia trasparire dei dubbi, un’ambiguità di fondo che scuote e commuove. Come se tutto non fosse ancora finito

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